Sappiamo cosa fare, ma lo facciamo poco: il caso dei rifiuti elettronici

Ci sono oggetti che quasi tutti abbiamo in casa e che non usiamo più: un vecchio telefono, un caricatore, un piccolo elettrodomestico dimenticato in un cassetto. Il problema è che spesso restano lì a lungo. Nonostante la crescita della raccolta, una quota rilevante di piccoli RAEE continua a non entrare nel ciclo. Molti dispositivi non vengono mai conferiti oppure finiscono nell’indifferenziato o nella raccolta sbagliata. E quando vengono smaltiti gli errori sono tutt’altro che marginali.

Alcuni esempi aiutano a capire: gli spazzolini elettrici vengono conferiti in modo errato nel 27% dei casi, i giocattoli elettronici nel 17%, piccoli dispositivi come smartwatch, auricolari o fitness tracker nel 14%. Succede perché dalla maggior parte di noi questi oggetti non vengono percepiti come rifiuti elettronici. Uno spazzolino elettrico sembra plastica e finisce nel contenitore della plastica o nell’indifferenziato. Lo stesso vale per molti piccoli dispositivi che, per dimensione e uso quotidiano, sfuggono alle corrette abitudini di conferimento.

Il problema non riguarda quindi solo la raccolta, ma il modo in cui riconosciamo questi oggetti arrivati a fine vita. Anche perché i servizi, in molti casi, esistono già. Anche se pochi lo sanno, i negozi di elettronica di dimensioni medio-grandi sono tenuti a ritirare gratuitamente i piccoli RAEE, anche senza l’acquisto di un nuovo prodotto. A questo si aggiungono i centri di raccolta e, in alcuni territori, servizi dedicati. Eppure, una parte significativa di questi rifiuti continua a non essere intercettata.

C’è poi un altro elemento che incide, ed è il modo in cui questi temi vengono raccontati.
Spesso i rifiuti elettronici sono descritti attraverso numeri complessivi o come una categoria generica, difficile da collegare alla vita quotidiana. Ma è difficile riconoscersi in un dato.
Molto più facile è non sapere cosa fare con un oggetto concreto. Il risultato è uno scarto evidente tra conoscenza e azione: sappiamo che i RAEE vanno raccolti, ma non sempre li riconosciamo quando li abbiamo tra le mani.

È in questo spazio tra conoscenza e comportamento che si gioca una parte decisiva della partita. E non è solo una questione di informazione, ma anche di riconoscimento e di abitudine. Proprio su questo punto si stanno concentrando anche le campagne più recenti, che hanno progressivamente spostato il focus dai numeri agli oggetti concreti. Non più i RAEE in generale, ma telefoni, piccoli elettrodomestici, dispositivi di uso quotidiano che più facilmente restano nelle case.

È lo stesso approccio alla base della campagna ‘RAEE: oggetti preziosi’ che Plures ha messo on air da poche settimane, che accosta i dispositivi elettronici all’immaginario dei gioielli per evidenziare il valore nascosto dei materiali e il ruolo attivo di chi li conferisce correttamente. Il punto, quindi, non è solo migliorare la raccolta. È rendere evidente quel passaggio, spesso invisibile, in cui un oggetto smette di essere utile e diventa rifiuto. Perché il problema dei RAEE non è solo dove finiscono. È anche quando e se decidiamo di separarci da loro.

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