Un’industria in costruzione, un sistema che cambia
L’acqua è spesso percepita come un servizio essenziale. Molto meno come un settore industriale. Eppure, i numeri raccontano una realtà diversa. Secondo il Blue Book 2026 della Fondazione Utilitatis, il principale rapporto annuale sul servizio idrico in Italia, il comparto ha generato un fatturato di 8,9 miliardi di euro (ultimo dato disponibile) e, considerando l’intera filiera, un valore aggiunto di circa 11 miliardi. Una dimensione ormai paragonabile a quella di settori industriali consolidati, come la farmaceutica. Ma è nella struttura del sistema che si misura davvero il cambiamento.
Oggi circa l’86% dei cittadini è servito da un unico gestore del servizio idrico integrato. Un risultato che segnala un processo di consolidamento ormai avanzato. Restano però quasi 7 milioni di persone per cui almeno una parte del servizio è ancora gestita direttamente dagli enti locali. Il superamento della frammentazione, quindi, non è ancora completato. È dentro questa transizione che si inserisce la crescita degli investimenti. Negli ultimi anni il settore ha registrato un’accelerazione significativa: la spesa media è passata da 66 euro per abitante nel 2021 a oltre 100 euro nel 2026, con un picco legato all’attuazione del PNRR.
Nei prossimi anni è prevista una stabilizzazione intorno ai 90 euro per abitante, segno di un livello di investimento ormai strutturale. Ma il dato medio nasconde differenze profonde. I grandi operatori investono molto più delle realtà di dimensioni ridotte, mentre le gestioni in economia si fermano a circa 22 euro per abitante. La scala, in questo caso, non è solo un fattore organizzativo. È una condizione industriale. Non a caso, una quota significativa degli investimenti continua a concentrarsi sugli elementi più critici del sistema. Circa il 27% delle risorse è destinato alla riduzione delle perdite di rete, mentre un ulteriore 28% riguarda fognatura e depurazione. Segno che il settore sta ancora lavorando per recuperare ritardi accumulati nel tempo, prima ancora che per svilupparsi. Accanto a questo, cresce l’attenzione alla qualità del servizio.
Nel 2024 sono stati effettuati circa 295.000 campioni, con oltre 4,4 milioni di parametri analizzati: un livello di controllo superiore di quasi il 200% rispetto agli standard minimi richiesti. Un indicatore che mostra come il sistema stia rafforzando i livelli di monitoraggio e sicurezza. Il processo ha anche un riflesso diretto sui cittadini. Nel 2025 la spesa media annua per il servizio idrico si è attestata intorno ai 411 euro per una famiglia tipo, mantenendosi comunque al di sotto della media europea. Una variabilità che riflette non solo le condizioni infrastrutturali dei territori, ma anche la diversa intensità degli investimenti necessari per adeguarle.
Il settore idrico italiano si trova così in una fase diversa rispetto al passato. Ha acquisito dimensione industriale e capacità di investimento, ma deve ancora colmare ritardi infrastrutturali e ridurre le disuguaglianze territoriali. Non si tratta più di costruire il settore, ma di portarlo a maturità, in un contesto in cui la gestione della risorsa idrica è diventata una questione strutturale, non più emergenziale.
Approfondimenti ➜ I quaderni del Blue Book – Servizio idrico in Italia (Fondazione Utilitatis)
Approfondimenti ➜ ONU – “Global Water Bankruptcy”: il nuovo scenario della crisi idrica globale
