Non è quanta acqua cade, ma come: la sfida delle città spugna

Le città in cui viviamo non sono progettate per il clima che abbiamo oggi. E questo si vede soprattutto quando piove. Negli ultimi anni anche in Toscana gli eventi meteo estremi sono diventati più frequenti e più intensi. Non cambia tanto quanta acqua cade in un anno, ma come cade: in poche ore, con concentrazioni sempre più elevate. È questo che mette in crisi i sistemi urbani, progettati per smaltire piogge regolari, non picchi improvvisi.

I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Nel 2024 la temperatura media in Toscana è stata superiore di 2,3°C rispetto al periodo 1961-1990, mentre l’inizio del 2025 si è confermato tra i più caldi degli ultimi decenni. Ma è soprattutto la dinamica delle precipitazioni a cambiare: negli ultimi anni sono aumentati gli episodi intensi e concentrati, come l’alluvione lampo che ha colpito Firenze il 28 gennaio 2025. Gli effetti sono evidenti anche in termini economici: le alluvioni del 2023 e del 2025, da sole, hanno causato danni per oltre 3,7 miliardi di euro. Un dato che rende chiaro come la gestione del rischio non possa più essere solo emergenziale.

In Europa questo cambio di approccio è già visibile in molte città, dove la gestione dell’acqua è diventata parte integrante della progettazione urbana. A Copenaghen, ad esempio, la strategia non si limita a potenziare le reti di drenaggio: interi quartieri sono stati ripensati per rallentare e distribuire l’acqua piovana, utilizzando superfici permeabili, sistemi di raccolta diffusa e infrastrutture dedicate ai picchi più intensi. A Rotterdam, uno dei contesti più esposti, la pianificazione urbana integra spazi pubblici e gestione idrica: alcune aree sono progettate per accogliere temporaneamente l’acqua in eccesso, mentre soluzioni diffuse permettono di accumularla e riutilizzarla. Anche in Italia emergono esperienze in questa direzione. Milano ha avviato un programma che interviene su strade, cortili e aree verdi, introducendo elementi capaci di ridurre il deflusso superficiale e migliorare l’assorbimento dell’acqua piovana.

L’idea di fondo è un cambio di paradigma: non limitarsi a smaltire l’acqua rapidamente, ma ridistribuire la gestione dell’acqua nello spazio urbano, attraverso superfici, infrastrutture e interventi diffusi. È in questo contesto che si inserisce lo studio promosso da Plures insieme ad Anci Toscana, a cura di Erasmo D’Angelis e Mauro Grassi di Fondazione Earth and Water Agenda, che analizza i rischi meteo-climatici e idrogeologici nei 65 Comuni della Toscana centrale. L’obiettivo non è solo descrivere il problema, ma individuare strumenti concreti per affrontarlo. Lo studio evidenzia come il territorio presenti caratteristiche particolari: una piovosità annua elevata — intorno ai 1000 mm, superiore a città come Parigi, Londra o Berlino — e una crescente frequenza di eventi estremi. Negli ultimi decenni, i periodi di precipitazioni sotto la media si sono avvicinati, alternandosi sempre più spesso a episodi intensi e concentrati. Allo stesso tempo, le proiezioni indicano un aumento delle precipitazioni estreme nelle aree più esposte, in particolare nelle province di Prato e Pistoia, dove nei prossimi anni il rischio di allagamenti potrebbe crescere in modo significativo. La risposta non può essere una sola. Accanto alle grandi opere di difesa idraulica, prende forma un approccio diverso, basato su interventi diffusi all’interno delle città: superfici drenanti, aree verdi, bacini di raccolta, sistemi di filtrazione naturale.

È il modello delle cosiddette “città spugna”. Anche sul piano economico il confronto è significativo: il piano decennale per aumentare la sicurezza delle aree urbane nella Toscana centrale prevede investimenti per circa 1,1 miliardi di euro, una cifra rilevante ma inferiore ai costi già sostenuti per far fronte alle emergenze. In questo scenario, il sistema dei 65 Comuni della Toscana centrale rappresenta una scala interessante per sperimentare soluzioni integrate, mettendo in relazione pianificazione urbana e infrastrutture dei servizi pubblici. Il cambiamento, però, non è solo tecnico. Significa ripensare il modo in cui progettiamo e viviamo le città, accettando che l’acqua non è un elemento da allontanare, ma una componente da gestire. La transizione è già iniziata in molte città europee. La domanda, oggi, è quanto velocemente sapremo adattarci anche noi.

Approfondimenti Copernicus – Sponge cities e adattamento urbano in Europa

Approfondimenti ISPRA – Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC)